La mia recensione
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Questo Γ¨ forse il romanzo piΓΉ βumanoβ di Philip K. Dick.
Meno visionario di Ubik, meno metafisico di Valis, ma piΓΉ dolorosamente vicino alla paura fondamentale: perdere se stessi.
Jason Taverner Γ¨ una celebritΓ , un volto noto, una figura pubblica amata. Un giorno si sveglia e il mondo non lo riconosce piΓΉ: non esiste nei registri, nessuno sa chi sia, i suoi documenti sono falsi, la sua identitΓ Γ¨ evaporata. In uno Stato di polizia ipercontrollato, questo significa non solo invisibilitΓ , ma condanna.
La distopia di Dick non Γ¨ fatta solo di tecnologia e repressione: Γ¨ fatta di solitudine, di fragilitΓ psicologica, di coscienze che si spezzano. Lβincubo non Γ¨ essere perseguitati, ma non essere piΓΉ nessuno. Non avere piΓΉ una storia, un nome, una traccia.
Parallelamente, il poliziotto Felix Buckman, simbolo del potere, scopre che anche lui Γ¨ umano, che il dolore, il lutto e lβamore possono incrinare persino chi dovrebbe essere una macchina dello Stato. Il titolo, tratto da un verso biblico, non Γ¨ retorico: Γ¨ unβinvocazione di compassione in un mondo che ha disimparato a piangere.
Dick qui tocca un tema centrale della modernitΓ : lβidentitΓ come costruzione fragile, burocratica, registrata in database. Se sparisci dai sistemi, sparisci dallβesistenza. E allora la domanda diventa: siamo personeβ¦ o archivi viventi?
Attenzione: Spoiler Trama
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Taverner scopre che la sua cancellazione Γ¨ legata a un esperimento psichico, a una frattura nella realtΓ . Non Γ¨ un complotto politico, ma qualcosa di piΓΉ sottile e crudele: il mondo puΓ² semplicemente smettere di riconoscerti. Buckman, lβuomo che dovrebbe distruggerlo, invece lo salva, mosso da unβimprovvisa empatia nata dal dolore personale. Alla fine Taverner riottiene la sua identitΓ , ma non la sua innocenza: ha visto quanto sia sottile il confine tra esistere e non esistere.
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